Trenta minuti di silenzio: quello che ho ritrovato in una mattina d’estate

Ci sono mattine in cui il tempo sembra rallentare senza che nessuno glielo chieda; il sole è già alto, la piscina è quasi deserta, l’acqua riflette il cielo e tutto invita a fare qualcosa… nuotare, leggere, controllare le notifiche, rispondere a un messaggio rimasto in sospeso.

Questa mattina, invece, ho scelto di fare l’opposto: ho steso il mio asciugamano, acceso una piccola candela profumata, indossato gli AirPods, avviato una musica per la meditazione sul mio iPhone e mi sono semplicemente seduto… trenta minuti, nient’altro. Fidatevi… può sembrare poco, ma nel mondo in cui viviamo è quasi un atto rivoluzionario.

Siamo abituati a misurare tutto: i chilometri percorsi, le calorie consumate, i passi, il sonno, la produttività, perfino il tempo dedicato al relax, eppure esiste una dimensione della nostra vita che continua a sfuggire a qualsiasi grafico: quella del silenzio interiore.

La meditazione, almeno per come la vivo io, non serve a “smettere di pensare”; è probabilmente il fraintendimento più diffuso dato che i pensieri continueranno ad arrivare, proprio come le onde continuano ad arrivare sulla riva ma la differenza è che, invece di lasciarsi trascinare da ognuna di esse, si impara lentamente a osservarle passare ed è qui che accade qualcosa di interessante.

All’inizio la mente corre ovunque, pensa al lavoro, agli impegni della giornata, alle cose da fare quando ci si alzerà dal tappetino, alle vacanze che stanno finendo, a un articolo ancora da scrivere o a una telefonata da fare. Poi, quasi senza accorgersene, quel rumore di fondo inizia ad abbassare il volume, non sparisce; semplicemente smette di occupare tutto lo spazio disponibile.

In quei momenti ci si rende conto di quanto raramente siamo davvero presenti: mangiamo pensando alla riunione successiva; camminiamo guardando il telefono; ascoltiamo qualcuno mentre stiamo già preparando la risposta. Viviamo continuamente qualche minuto avanti rispetto al presente.

La mindfulness prova a riportarci qui, non con formule magiche, non promettendo una felicità permanente, ma ricordandoci che l’unico istante sul quale possiamo davvero intervenire è quello che stiamo vivendo adesso.

Negli ultimi anni questa pratica è stata studiata anche dalla ricerca scientifica: numerosi lavori mostrano come una pratica costante possa contribuire a ridurre lo stress percepito, migliorare la regolazione emotiva, aumentare la capacità di concentrazione e favorire un rapporto più equilibrato con ansia e preoccupazioni. Sia chiaro, non è una terapia e non sostituisce il supporto medico quando necessario, ma rappresenta uno strumento concreto che molte persone scelgono di integrare nella propria quotidianità. Per me, però, la parte più importante non è quella che si legge negli studi ma quello che succede dopo, quando ci si rialza dal tappetino, il mondo è identico a prima, le email sono ancora lì, i problemi non si sono dissolti e gli impegni non sono diminuiti.
Eppure cambia qualcosa nel modo in cui li affrontiamo, come se tra uno stimolo e la nostra risposta comparisse finalmente un piccolo spazio; uno spazio nel quale possiamo scegliere, invece di reagire automaticamente e questa è una differenza sottile, ma enorme.

Forse è anche per questo che, qualche tempo fa, ho deciso di approfondire seriamente questo percorso, fino a conseguire la certificazione internazionale come Facilitatore in Mindfulness attraverso Mindfulness Educators perché sentivo il bisogno di comprenderla meglio, viverla con maggiore consapevolezza e, un giorno, poterla condividere con chi ne sentirà il desiderio.

Credo che la mindfulness abbia bisogno di essere riportata alla sua semplicità; non servono luoghi esotici, ritiri spirituali o ore di tempo libero, a volte bastano venti o trenta minuti, un posto tranquillo, un paio di cuffie, il profumo di una candela e la disponibilità a rimanere, semplicemente, con sé stessi.

Questa mattina è successo proprio così, seduto a bordo piscina, sotto il sole dell’estate, mi sono ricordato una cosa che troppo spesso dimentico durante il resto dell’anno: la mente ha bisogno dello stesso allenamento che dedichiamo al corpo. Se andiamo a correre per mantenere in salute il cuore, perché non dovremmo dedicare qualche minuto anche alla nostra attenzione, alla nostra calma e alla nostra capacità di affrontare la vita con maggiore lucidità?

Non so se esista una meditazione perfetta ma so però che esiste una pratica costante, fatta di piccoli momenti, che nel tempo cambia il modo in cui osserviamo noi stessi e ciò che ci circonda e forse è proprio questo il beneficio più grande: non diventare persone diverse, ma imparare a incontrare, con più gentilezza, quelle che siamo già.

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