Ho iniziato a fotografare da bambino, intorno ai sette anni, con una Kodak Instamatic di mio padre. Mi incantava quel piccolo cubo che accendeva la scena e, soprattutto, l’attesa di vedere il risultato dopo lo sviluppo. Poi c’era la Polaroid, che per me era magia pura: l’immagine che nasceva tra le mani in pochi minuti, come se la fotografia fosse davvero una piccola forma di alchimia.
A dieci anni ho iniziato a desiderare qualcosa di più “serio” e arrivò una Konica Minolta compatta e automatica; bella, comoda, affidabile, ma con un limite che per me era enorme: decideva tutto lei. Quell’idea mi è sempre stata stretta, perché la fotografia, anche quando non sapevo ancora spiegarlo, era già una questione di scelta, di intenzione, di sguardo. Verso i quindici anni sono arrivate le prime digitali, dalla Trust da 2 megapixel, con tutti i suoi limiti e la sua grana, fino alle Nikon Coolpix, e ho iniziato a capire una cosa semplice: la tecnologia è preziosa, ma solo quando ti lascia spazio.
Da lì è arrivato lo studio vero, quello che ti cambia il modo di vedere. Composizione, luce, ritmo, intenzione, e tante pagine lette e rilette. I libri di Michael Freeman sono stati un riferimento importante, perché mi hanno dato metodo senza togliermi libertà; soprattutto, mi hanno aiutato a diventare più consapevole di ciò che cercavo in ogni scatto, tecnicamente e creativamente, senza separare mai davvero le due cose.
A ventitré anni sono passato alle reflex Nikon, iniziando dalla D70; a venticinque, dopo centinaia di migliaia di foto, stampe, album e notti passate a selezionare, rifinire e consegnare immagini, ho trasformato quella passione in un percorso professionale che, per anni, ha camminato accanto al mio lavoro nell’ICT.
Oggi scatto con una Nikon Z50 II, tre obiettivi fissi, 35mm, 50mm e 85mm, il piccolo Z DX 16-50 VR e flash Metz. Anche qui entra la mia filosofia, che negli anni è diventata sempre più naturale: less is more, keep it simple. Ho scelto di alleggerire, semplificare e lasciare andare attrezzatura “importante” non per rinuncia, ma per libertà; perché la praticità, quando fotografo, non è semplice comodità, ma presenza, meno attrito tra me e la scena, più attenzione a ciò che sta accadendo davvero.
La fotografia è sempre stata una forma di espressione potente. Mi ha aiutato a smussare il lato più razionale dell’informatico, e forse anche del ragioniere programmatore, quello che tende a misurare tutto, a cercare conferme, a voler spiegare ogni passaggio. Con la macchina fotografica in mano, invece, succede spesso l’opposto: imparo a sentire. La luce, i silenzi, i dettagli, le persone, quell’attimo che non si ripete e che, se hai fortuna e rispetto, riesci a fermare senza tradirlo.
Negli anni ho avuto la possibilità di raccontare momenti importanti: book personali, ritratti, coppie, battesimi, matrimoni, compleanni, teatro, raduni di Ferrari e Harley Davidson, oltre a tante storie diverse incontrate lungo il percorso. Contesti lontani tra loro, ma uniti dalla stessa responsabilità: essere presente, documentare, capire cosa conta davvero e conservare un frammento di tempo che, per qualcuno, può avere un valore enorme.
Oggi la fotografia ha un posto diverso nella mia vita. Resta una parte profonda della mia identità, ma non è più un lavoro da inseguire, promuovere o organizzare intorno a scadenze e richieste. È uno spazio personale, libero, senza pressioni; un modo per osservare meglio, vivere con più attenzione e dare forma a ciò che mi colpisce.
Non voglio più apparire come “fotografo generico”, perché non è questa la direzione che sento mia. Preferisco conservare la fotografia a un livello più essenziale, più selettivo e più vero: non come catalogo di servizi, ma come sguardo, memoria, qualità e presenza.
In questa pagina raccolgo quindi una parte del mio percorso fotografico e rimando a una selezione essenziale di immagini legate al genere che ho sempre amato di più: il ritratto. Poche fotografie, scelte con cura, perché raccontano meglio di tante parole il tipo di immagine che mi interessa ancora oggi.
