Settembre, si riparte: perché non farlo con una nuova visione della fotografia?

Settembre, per me, ha sempre avuto qualcosa di particolare. Non è gennaio, non arriva con quella retorica dei buoni propositi scritti di fretta e dimenticati dopo due settimane, eppure porta con sé una sensazione molto simile a quella di un nuovo inizio: si torna al lavoro, si riaprono progetti lasciati in sospeso, si ricomincia a programmare, a studiare, a mettere ordine nelle idee e, almeno per chi vive di creatività o semplicemente ama osservare il mondo con attenzione, può essere anche il momento giusto per chiedersi se stiamo continuando a vedere le cose nello stesso modo di qualche anno fa.
È proprio da qui che voglio partire per parlare di Oltre lo scatto: Reinventarsi fotografi nell’era della visione, un libro che ho scritto non per spiegare come si imposta un diaframma, quale obiettivo comprare o quale fotocamera abbia il sensore migliore, ma perché a un certo punto ho iniziato a sentire che il mio rapporto con la fotografia stava cambiando e che, insieme alla tecnologia, al mercato e ai linguaggi visivi, stavo cambiando anch’io.
Nella prefazione lo racconto in maniera molto semplice: per anni avevo creduto che bastasse “fare bene le foto”, che nitidezza, luce e composizione fossero sufficienti a definire il valore di un lavoro; poi, lentamente, ho capito che una buona fotografia oggi è soltanto l’inizio di qualcosa di più grande, perché il pubblico cambia, i linguaggi cambiano e soprattutto può cambiare il nostro bisogno di dare un senso più profondo a ciò che facciamo.
Ed è forse proprio settembre il momento ideale per rimettere quella domanda sul tavolo: sto ancora fotografando nello stesso modo perché è davvero ciò che voglio fare, oppure perché è il modo in cui ho sempre fatto?

Fotografare oggi significa molto più che premere un pulsante

Non penso che la fotografia stia morendo, anzi, probabilmente non è mai stata così presente nella nostra vita. Il punto è esattamente l’opposto: siamo immersi in una quantità di immagini talmente grande che produrre fotografie non è più sufficiente per distinguersi.
Nel libro parlo proprio di questa sorta di inflazione visiva: ogni giorno vengono scattate, pubblicate e dimenticate miliardi di immagini, e quello che un tempo era un linguaggio relativamente raro e meditato è diventato un gesto quotidiano, quasi automatico. Il problema non è la democratizzazione della fotografia, che considero anzi una cosa bellissima, ma il rischio di confondere l’accessibilità dello strumento con la profondità dello sguardo. Avere una buona fotocamera, o oggi un ottimo smartphone, non significa automaticamente avere una buona visione, così come possedere una penna costosa non trasforma nessuno in uno scrittore.
Sia chiaro, la tecnica continua ad avere valore e personalmente credo che vada studiata, conosciuta e rispettata; semplicemente non può più essere l’unica misura con cui definiamo il nostro lavoro. Tutorial, preset, automazioni e strumenti sempre più intelligenti hanno reso replicabili molte operazioni che anni fa richiedevano esperienza specifica, mentre quello che continua a non essere replicabile è l’intenzione con cui scegliamo di raccontare qualcosa, la sensibilità con cui ci avviciniamo a una persona, la capacità di cogliere un dettaglio che per qualcun altro sarebbe rimasto invisibile. Nel libro lo sintetizzo in un concetto a cui continuo a essere molto legato: se tutto può essere fatto automaticamente, acquista ancora più valore chi sa fare le cose con intenzione.
Non è un discorso riservato ai fotografi professionisti. Vale anche per chi fotografa per passione, per chi pubblica sui social, per chi racconta viaggi, famiglia, sport, natura o semplicemente il proprio quotidiano. Ci siamo abituati a domandarci se una foto sia abbastanza nitida, correttamente esposta o tecnicamente perfetta; forse dovremmo ricominciare a domandarci più spesso se dica qualcosa.

Guardare e vedere non sono la stessa cosa

Questo è probabilmente uno dei concetti centrali di Oltre lo scatto, ed è anche quello che sento più vicino alla fotografia che voglio continuare a praticare: guardare è quasi automatico, vedere richiede una scelta.
Siamo circondati da immagini dalla mattina alla sera, ma quante ne vediamo realmente? Quante volte passiamo davanti a una scena senza accorgerci di ciò che sta succedendo davvero, oppure scattiamo perché qualcosa è “bello” senza fermarci un secondo a capire cosa ci abbia attratto?
Nel libro scrivo che vedere significa entrare in relazione con il soggetto, la luce e il contesto, ma soprattutto con l’intenzione che precede lo scatto; vuol dire chiedersi cosa si vuole raccontare, perché proprio in quel momento e perché proprio in quel modo. È un processo che richiede sensibilità, allenamento e, paradossalmente, anche una certa disponibilità al silenzio.
È curioso che proprio oggi, nell’epoca in cui gli strumenti diventano sempre più veloci, una delle capacità che considero più preziose sia quella di rallentare. Nel libro dedico un passaggio alla lentezza come “superpotere”: non come rifiuto della tecnologia o nostalgia romantica per la pellicola, ma come capacità di concedersi il tempo necessario per osservare, capire un contesto, entrare in sintonia con una persona o semplicemente evitare di rincorrere ogni nuovo trend perché tutti stanno andando in quella direzione.
Forse è anche per questo che settembre mi sembra un buon momento per riparlarne. Ripartire non significa necessariamente accelerare; a volte significa scegliere meglio dove andare.

L’intelligenza artificiale non ha cancellato la fotografia, ci ha costretti a farci domande migliori

Quando ho scritto questo libro l’intelligenza artificiale era già entrata con forza nel mondo della creatività e, da allora, la trasformazione è diventata ancora più evidente. Oggi possiamo generare immagini partendo da una descrizione, modificare fotografie in pochi secondi, automatizzare parti sempre più importanti del flusso creativo e arrivare a risultati tecnicamente impressionanti senza avere necessariamente alle spalle anni di esperienza fotografica.
Capisco perfettamente perché questo possa generare paura.
Nel libro parto proprio dalla domanda che molti creativi si sono posti almeno una volta: se un prompt riesce a produrre qualcosa che prima richiedeva ore di lavoro, che posto rimane per chi ha studiato per anni? La mia risposta non è quella di fingere che nulla stia cambiando, perché sarebbe poco credibile, ma neppure quella di considerare la tecnologia un nemico. Il rischio non è che gli strumenti diventino più potenti; il rischio è smettere noi di evolvere insieme a loro.
AI, Canva, Figma, software sempre più automatizzati possono liberare tempo, rendere accessibili attività prima complesse e permetterci di sperimentare idee che magari non avremmo avuto risorse per realizzare. Ma rimangono strumenti, e uno strumento senza una direzione non costruisce automaticamente una visione. Il valore, per come la penso io, rimane nella capacità di pensare, sentire e progettare, non semplicemente nell’eseguire.
Questa è anche una delle ragioni per cui non ho mai voluto scrivere un libro nostalgico sulla fotografia “di una volta”. Non mi interessa raccontare che prima fosse tutto più autentico e che oggi la tecnologia abbia rovinato qualcosa; credo molto di più nella possibilità di prendere ciò che abbiamo imparato e portarlo in un mondo diverso, senza perdere ciò che ci rende riconoscibili.

Reinventarsi non significa smettere di essere fotografi

Una delle parole più importanti del titolo è proprio “reinventarsi”, e forse è anche quella che può essere fraintesa più facilmente. Reinventarsi non significa necessariamente cambiare mestiere, abbandonare una macchina fotografica o trasformarsi per forza in content creator, art director o consulente.
Nel libro racconto come la fotografia stia generando nuove professioni ibride e possa diventare il punto di partenza per attività che uniscono comunicazione, marketing, branding, formazione, video e progettazione di esperienze visive. Un fotografo può diventare content creator, visual strategist, art director, experience designer oppure costruire un percorso completamente diverso; quello che conta non è adottare una nuova etichetta, ma capire quali parti della propria esperienza possono trovare nuove forme.
È una trasformazione che conosco bene anche personalmente. Nel libro racconto il mio percorso dalla fotografia tradizionale, fatta di ritratti, famiglie, bambini e coppie, verso grafica, stampa, storytelling, video e comunicazione digitale; non ho vissuto questi passaggi come l’abbandono della fotografia, ma come un progressivo allargamento del suo confine. Il filo rosso è rimasto quello di sempre: raccontare storie e cercare, dietro una superficie apparentemente semplice, qualcosa che abbia valore.
Ed è probabilmente questa la parte del libro che oggi sento più attuale. Non siamo obbligati a diventare qualcos’altro perché il mercato lo pretende, ma possiamo chiederci se il nostro modo di lavorare rispecchi ancora davvero ciò che siamo diventati.
Reinventarsi, per me, significa esattamente questo: non buttare via ciò che siamo stati, ma evitare che diventi una gabbia.

La coerenza non significa restare fermi

A volte trattiamo la coerenza come se significasse continuare a fare per sempre le stesse cose, mentre credo sia quasi il contrario. Essere coerenti significa sapere cosa portare con noi mentre cambiamo.
Nel libro la definisco una bussola: non fissità, ma radicamento, la capacità di riconoscere quali valori ci appartengano davvero mentre strumenti, ruoli e contesti continuano a trasformarsi. Possiamo passare dalla fotografia alla consulenza, dall’immagine al video, dalla narrazione all’insegnamento senza perdere la nostra identità, se rimane intatto quel filo che lega tutte le versioni di noi stessi.
Mi piace particolarmente questo concetto perché vale molto oltre la fotografia. A settembre spesso decidiamo di ripartire con qualcosa di nuovo, ma la novità da sola non è necessariamente evoluzione; possiamo riempirci di nuovi strumenti, nuove piattaforme, nuovi obiettivi e continuare comunque a muoverci senza una direzione.
La domanda che trovo più utile è molto più semplice: ciò che sto facendo mi assomiglia ancora?
Nel libro suggerisco alcuni esercizi proprio per provare a rispondere, partendo da domande come “Cosa amo davvero del mio lavoro fotografico?”, “Quando mi sento più vivo mentre scatto?” oppure “In quali contesti potrei portare il mio sguardo e farlo fiorire?”. Non sono esercizi pensati per trovare una nuova professione in cinque minuti, ma per cominciare a riconoscere dove sta andando la nostra attenzione.

Settembre può essere un buon momento per cambiare obiettivo, senza cambiare fotocamera

E quindi eccoci qui, a settembre, nel mese delle ripartenze, dei programmi nuovi e delle agende che improvvisamente tornano a riempirsi.
Magari qualcuno comprerà una nuova fotocamera, qualcuno riprenderà un progetto rimasto fermo durante l’estate, qualcun altro deciderà finalmente di studiare quel software o quella tecnica che continua a rimandare. Tutto utile, naturalmente. Ma forse possiamo aggiungere un’altra possibilità: ripartire da ciò che vogliamo vedere.
Oltre lo scatto nasce proprio da questo bisogno. Non vuole fornire una mappa definitiva e nel libro lo dico apertamente: non è un GPS, ma una bussola emotiva e creativa, qualcosa che prova a indicare direzioni possibili senza imporre un percorso unico.
Perché alla fine il futuro della fotografia non dipenderà soltanto dai nuovi sensori, dai megapixel, dai software o dall’intelligenza artificiale. Dipenderà dalla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste, di costruire connessioni e di portare dentro le immagini qualcosa che resti riconoscibilmente nostro. Nel finale del libro scrivo che il futuro è negli occhi che sanno ancora immaginare, perché chi possiede una visione personale e umana continuerà ad avere qualcosa di unico da portare nel mondo.
Ed è forse questo il pensiero con cui mi piace iniziare questa nuova stagione: non serve necessariamente fotografare di più. Potremmo semplicemente provare a vedere meglio.
Guardare ciò che cambia senza averne paura, imparare strumenti nuovi senza diventarne dipendenti, recuperare lentezza quando tutto ci invita a correre, continuare a studiare la tecnica senza dimenticare che dietro ogni fotocamera continua a esserci una persona.
Perché Oltre lo scatto parla di fotografia, certamente, ma mentre lo rileggevo per scrivere queste righe mi sono ricordato ancora una volta che parla soprattutto di cambiamento, identità e della possibilità di evolvere senza perdersi.
Se settembre è davvero il mese in cui si riparte, allora perché non farlo anche con una nuova visione della fotografia?
E magari, già che ci siamo, anche un po’ di noi stessi.


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